Amanti per una notte

Il mio nome è Adone, sono nato dalla vergogna di un incesto tra mia Madre Mirra e suo padre Cinira. Nessuno di loro aveva colpe, fu la dea Afrodite a scagliare una maledizione su mia madre: Mirra aveva trascurato il rito della dea ed era stata punita innamorandosi perdutamente di suo padre. Nella notte di un cielo buio e nefasto scivolò nel suo letto e quando si rese conto dell’onta, sopraffatta dal dolore, invocò gli dei e si lasciò trasformare in albero. Al momento del parto l’albero si aprì in due ed io venni al mondo. Vengo dipinto come un giovane affascinante e bellissimo, la caccia è il mio passatempo, i boschi la mia casa. Ricordo che un giorno, attraversando il ruscello, una splendida creatura adagiata su di una roccia posò il suo sguardo su di me. Era Venere, la dea dell’amore e della fecondazione.

Ella provò per me una struggente passione, non per suo volere ma per errore di suo figlio Cupido, che sul braccio la graffiò con una freccia dorata. Io non riuscivo ad accettare quel sentimento in difetto, non era naturale, ma era così bella e pura che una notte decisi di abbandonarmi tra le sue braccia. Le portai in dono dei fiori di mirto. Il desìo di possederla era così intenso che quando mi ritrovai innanzi a lei, esordii dicendo: “Accetta questo dono splendida creatura e concedimi le tue grazie; desidero il tuo corpo ma ancor di più avrei voluto il tuo vero amore”.

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Venere mi offrì il suo giaciglio.

“Sei splendida”, le dissi, “il profumo della tua pelle s’infila tra le mie dita e inebria la mia mente, il colore roseo della tua pelle apre la mia fantasia ai pensieri più dissoluti eccitando il mio sesso”. Bastò poco a farlo esplodere. “Senti le mie mani scivolare sul tuo seno?”

Cupido intanto, nascosto tra due alberi, ci spiava ed ascoltandomi elogiare le grazie della dea, osservò le mie labbra prendere in bocca i capezzoli e la lingua roteare intorno alla loro aureola rosa. Il seno riempiva la mia mano, la presa era passionale e forte, con l’altra mano scendevo lungo i fianchi allargando le cosce. Saltai sul suo corpo, Venere proruppe in un gemito languido, la bocca semiaperta e la voce ansimante mi eccitavano. Sollevai le gambe e penetrai con il membro gonfio il sesso della dea. I movimenti divennero altalenanti, il respiro più affannoso, i nostri gemiti più forti; al contatto pelvico esplose la danza dei bacini, le gambe di Venere si aggrapparono alla mia cintura legandola a sé. Le sue mani scorrevano sulle mie spalle come fossero sulle corde di un’arpa e persi la ragione nel sentir vibrare la sua colonna così che spinsi, spinsi sino all’urlo dell’orgasmo. Baciai la mia Venere dolcemente e abbandonai il corpo ancora caldo su di lei.

Al biancheggiar dell’alba, lasciai la dea per la caccia al cinghiale; Venere m’implorò di non partire e disperata mi corse dietro lungo il giardino del bianco roseto. A quel punto una spina le trafisse la pianta del piede. La goccia del suo sangue colorò il roseto di rosso come la passione non più corrisposta che nutriva verso di me. Cupido, colpevole, rimase a lenire la ferita della madre.

In verità non mi sono mai concesso alla dea, morii ucciso da un cinghiale mentre la fuggivo. Ma la fantasia del narrare va oltre.