Donne senza figli: un punto di vista maschile

Parlare di donne senza figli, per un uomo, non è un compito semplice.

Obiettivamente, perché ci si trova “dall’altra parte della barricata” e, per essere un pelino brutali, perché si sta nella “squadra vincente”: nella società attuale, quasi nessuno (se si escludono dinamiche di tipo religioso) si sognerebbe mai di redarguire o fare pressioni ad un maschio bianco, adulto, europeo perché si sposi e abbia dei figli.
Un uomo scapolo, trentenne, che passa di relazione in relazione senza alcuna intenzione di “sistemarsi”, ha di fatto un riconoscimento e un’accettazione sociale che alle donne non viene riconosciuta.
Personalmente, non mi sono mai sentito addosso la pressione sociale di “dover tramandare la specie”, né mi sono mai sentito chiedere di un qualsivoglia istinto paterno.

“Amore, vorrei avere dei figli…”

Quello che però mi è capitato spesso, è stato lo scontrarmi con donne che invece questo istinto affermano di averlo. Si può quasi dire che sia stata una costante nelle mie relazioni: di riffa o di raffa, la mia partner finisce per tirare fuori l’argomento.

«Senti, io ho XX anni» – di solito la discussione si avvia in questo modo – «adesso sto bene, mi sento felice, sono appagata e mi piace quello che faccio…».

E poi arriva il ma:

«…ma penso che vorrei dei figli, prima o poi. È l’istinto materno!».

Purtroppo, e spesso mi sono chiesto se fossi io ad essere sbagliato: io, figli, non ne voglio. Onestamente non penso di poter essere un bravo padre; ma soprattutto, non ci vedo niente di sbagliato a non averne.

Ok, ad onor del vero, il mio punto di vista rasenta il cinismo: con una delle mie ultime partner, sempre racchiudibile nella definizione “ragazza di XX anni che non ha figli ma vorrebbe”, finii per litigare furiosamente, sempre per l’argomento figli/non figli.
Ok, forse avevo anche bevuto qualche bicchiere di troppo, però l’argomento entrò quasi per caso nella nostra conversazione.

«… se qualcuno ha pochi oggetti, alla cassa, io lo faccio passare avanti. Faccio passare avanti anche le signore con i passeggini e i bambini!» mi disse.

«Io invece no» risposi candidamente.

Candidamente perché non pensavo di aver mancato di rispetto a nessuna eventuale categoria di settore.

«Beh ma dovresti avere un occhio di riguardo per loro, ché magari hanno anche i bambini che fanno i capricci…»

Ed io, sempre più candidamente:

«… ma perché scusa? Sono loro» risposi forse con troppa ironia «che hanno voluto giocare un Handicap Match».

Silenzio. Cattivo segno.

«Quindi tu pensi che avere dei figli, mi renderebbe un peso? Che in qualche modo, mi renderebbe menomata? O peggio che ti peggiorerei la vita e renderei peggiore il mondo?!»

Ovviamente, no.
Non pensavo e non penso che avere dei figli sia una menomazione. Solo che io non sento il bisogno di averne e penso che dovrebbe essere una cosa normale per chiunque, a prescindere dall’identità e dall’orientamento sessuale. Ma ormai la lite era partita e non era possibile rientrarne senza argomentare.

«No, è che semplicemente penso che potrebbero esserci tante soluzioni, e che – di base – nessuno ti imponga di avere figli, soprattutto se questo si traduce in una serie di costrizioni»

«Si ma se la soluzione non ci fosse? Se ad esempio, i nonni non potessero fare da balia?»

«Beh, ancora peggio: così non fai altro che sottolineare che, di fatto, avere figli non sia una cosa semplice da gestire e che non tutti ne sono capaci. Io oltremodo, sono convito che avere figli, sia privativo di molte esperienze che preferisco invece fare e che non potrei, invece, se ad esempio avessi avuto figli a vent’anni»

Ovviamente, non la convinsi con le mie argomentazioni.
Finì anzi per prenderla sul personale e per offendersi. E nulla mi convincerà che quest’episodio abbia segnato la fine del nostro rapporto: lei voleva avere dei figli, voleva sentirsi madre; ed io no.

Avrei dovuto sentirmi in colpa? No.
Avrebbe dovuto lei? Ancora meno.
Il punto è che ognuno è libero di decidere del proprio corpo e convivere con le proprie decisioni e soprattutto con le proprie responsabilità. Di questo sono fermamente convinto.

Va anche detto che parlare di planned parenthood in Italia è pressoché impossibile. So di dilungarmi tantissimo e che corro il rischio di uscire dal seminato, ma è un ragionamento, questo, che mi sento di voler fare, anche perché, sono fermamente convito che per parlare di figli, si debba innanzitutto parlare di educazione sessuale, e – a meno di sconvolgimenti improvvisi mentre sto scrivendo – l’argomento è ancora lacunoso a livelli imbarazzanti in Italia.

Donne senza figli VS Istinto materno

La scuola, ambiente preposto alla formazione, specie degli adolescenti (la categoria di persone più vicine all’età adulta), non prepara affatto ragazzi e ragazze all’argomento, sottovalutandolo; seppure, l’accesso all’educazione sessuale, sia riconosciuto dall’ONU come parte dei diritti umani fondamentali e l’Organizzazione Mondiale della Sanità informa chiaramente che il raggiungimento della salute sessuale dell’individuo passa da una corretta educazione alla sessualità, come per altro documentato in un corposo rapporto del 2010, dal titolo Sexual Education in Europe.

È come se i ragazzi venissero abbandonati a loro stessi, andando a tentoni in un mondo troppo vasto e troppo articolato per le conoscenze acquisite fino a quel momento: questo, oltre a produrre un aumento allarmante della diffusione di malattie veneree e dipendenza da pornografia (o comunque di un’assimilazione di questa come corretto approccio al sesso), si tramuta anche in un consistente numero di gravidanze inattese/indesiderate (i dati istat parlano di 5.603 casi di interruzione volontaria di gravidanza in età compresa tra i 15 e i 19 anni).

I dati Istat sulle interruzioni di gravidanza volontarie tra i 15 i 19 anni

Sempre come esperienza personale, mi sono ritrovato, all’epoca del liceo, ad assistere nell’arco dei 5 anni (si, d’accordo, 6, perché il primo anno non mi andava di studiare) a solo 2 – leggasi DUE – lezioni di educazione sessuale.
Di cui una delle due organizzata dal professore di religione: l’astinenza sessuale è l’unico rimedio efficace a tutti i problemi sopra elencati, ça va sans dire.

Non credo di sbagliarmi quando affermo che, io e i miei coetanei, ci siamo dovuti arrangiare ed imparare per assimilazione ed imitazione: l’esempio ed i “consigli” dei nostri genitori.

Questo modo di fare finisce per perpetrare stereotipi e creare pressioni sociali, specialmente sulle ragazze.

Trovandomi a scrivere questo breve saggio, ho posto delle domande ad alcune amiche, per cercare di capire il loro punto di vista in merito.
Ho chiesto loro se avessero mai pensato all’idea di avere un figlio, perché lo volessero (ovviamente a patto di aver chiaro un perché) e in che modo – a parer loro – cambierebbe la loro vita.
La totalità delle “intervistate” (7 ragazze di XX anni, senza figli), mi ha confermato la volontà di avere dei figli.
Mi hanno però particolarmente colpito le risposte di due di loro. Una, rispondendo alla seconda domanda, mi spiega che desidera tramandare qualcosa, e rispondendo alla terza domanda, mi dice che è combattuta tra un senso di speranza verso la nuova generazione e di negatività, visto il livello di assistenza in Italia.

L’altra invece, svicolando, mi dice che – cito testualmente – «non è “Perché vuoi avere figli?” una domanda» e continua «non è una domanda… donna = procreatrice» finendo con «la natura è quella, voler avere figli. Poi ci sono casi diversi in cui una donna non sente quella necessità. Ma di base è nella natura della donna il senso di maternità ed il desiderio di avere figli».
Il colpo finale: «non so manco farti un paragone con l’uomo».

Per quanto rispetti la sua opinione, sono quanto meno perplesso in questo secondo caso, perché viene riproposto l’antico adagio dell’istinto materno, accostato ad una chiosa che sa di “tu non puoi capire”.

Però ecco, ho come l’impressione che alla base di questo ragionamento ci sia una sorta di insegnamento atavico, un retaggio secondo il quale, se non procrei, sei difettosa, sei menomata, sei sbagliata, sei venuta meno al tuo dovere di donna. E di MILF.

Mi soffermo inoltre a pensare che, ad alimentare questa immagine, ci abbia pensato anche la cultura di massa, con film che propongono modelli ricalcanti gli stereotipi sociali, i quali descrivono una non mamma come una donna incompiuta: madri single da ammirare, giovani donne irrealizzate proprio per la mancanza della maternità, coppie sposate che si barcamenano tra i problemi dei figli o – se non ne hanno – una storia che propone un’immagine totalmente negativa della mancanza e verte proprio sulla ricerca di averne.
Al contrario, le donne senza figli, sono portate ad esempio di aridità, un’aridità che prima di essere “uterina” è spirituale.
I primi esempi che mi vengono sono Miranda Priestley (Meryl Streep, “il diavolo veste Prada”) e Claire Underwood (Robin Tunney, “House of Cards”).
Ma potrei farne anche altri. Sono donne potenti, ma sono anche donne cattive, prive di scrupoli e di moralità: cosa le accomuna? Esatto, non hanno figli, e quindi non possono capire, non possono provare cos’è il vero amore.

Ecco, forse, come uomo non sono la persona più indicata a trattare questo argomento, perché – ripeto – sto nella squadra vincente.
E forse sta proprio qui il problema: il fatto che la maternità, il “volere dei figli”, venga considerato un affare prettamente femminile, sembra quasi svicolare il genere maschile da ogni responsabilità e da ogni credibilità nel discorso.

Donne senza figli: perché?

Perlomeno, mi sembra di avere una parte di responsabilità nella concezione sociale che si ha delle donne senza figli e del rapporto che le donne hanno in merito alla maternità: non è un caso se in Italia, un uomo è preferito ad una donna nella scelta di un posto di lavoro. La concezione è che, se è una donna e non ha figli, vorrà averne. Se ne ha, dovrà per forza occuparsi lei della maggior parte della loro educazione, e – gioco forza –  sarà meno produttiva sul lavoro. Sono tutti luoghi comuni, di cui sono responsabili anche gli uomini che non dicono/fanno nulla per cambiare questo modo di vedere, finendo così per pesare sulla concezione stessa che le donne hanno della maternità.

Dati alla mano, secondo il Global Gender Gap Report 2018, l’Italia è penultima in Europa per quanto riguarda l’occupazione femminile, avanti soltanto alla Grecia; e stando alla ricerca di Openpolis, nei maggiori paesi Ue le donne con due figli partecipano al mercato del lavoro in misura maggiore delle italiane senza figli.

Il fenomeno però, non è solo localizzato in Europa: scopro, grazie al New York Times, che ad una donna cinese, è stato chiesto di firmare un contratto dove promette di non restare incinta per i prossimi due anni, pena un licenziamento senza buonuscita.
Tra l’altro, il dato allarmante è che questo genere di contratto – totalmente illegale – è in costante crescita in Cina. In questo caso, essere una donna senza figli permette di entrare a far parte di un modo lavorativo competitivo e frenetico; d’altra parte però trasmette l’idea che avere figli, sia svantaggioso per una donna che vuole una carriera.

Personalmente, ritengo che, superati gli stereotipi di genere, le credenze ataviche, le pressioni sociali, quello che resti è solo la donna, con la sua possibilità di scegliere e con la sua possibilità di fare ciò che vuole con il proprio corpo, libera di goderne – in santa pace – senza che nessuno le dica cosa fare per essere veramente donna.

 

di Massimiliano Gattoni

2019-10-28 MySecretCasehttps://skin.mysecretcase.com/frontend/default/vigoshop/images/mysecretcase-shop-online-piacere-donne.svg https://www.mysecretcase.com/blog/wp-content/uploads/2019/10/sex-city.jpg