L’erotismo della Primavera di Botticelli

Che meravigliosa sensazione immedesimarsi nella “Primavera di Botticelli”. Sono la ninfa Clori, Flora, e le ancelle di Venere sono le tre Grazie, tre donne concepite per tre momenti idilliaci. Noi donne dopotutto siamo questo: l’amore, la passione e la fecondazione della terra. 

Quell’incantevole giardino delle Esperidi con il suo prato rigoglioso di mille fiori accoglie ogni specie del mondo ed è sotto i miei piedi. Zefiro, il venticello primaverile, smuove la mia chioma morbida e la sua brezza entra nei miei capelli, toccandoli dolcemente fino quando le sue intenzioni non cambiano. Io, Clori ninfa del bosco, corro per sfuggirgli. Lui arriva su di me velocemente e mi travolge, il suo volto sbuffa e i suoi occhi mi dicono di non porgli resistenza. “Non aver paura” dice “sono perdutamente innamorato di te, il tuo alito profumato fa desiderare il tuo corpo vezzoso”. A questo punto vengo rapita e portata sotto le piante d’arancio, dove la debolezza dell’amore terreno, sessuale e irrazionale prende il sopravvento; in volo mi adagia sull’erba, qualche rovo sotto la mia schiena graffia e punge la pelle, godo su quel prato tra il piacere e il dolore che in quel momento accetta tutto, persino il proposito del rapimento. Zefiro accarezza freddo il corpo mio caldo ed il contatto infiamma l’anima; io riscaldo lui e lui tiene a freno i miei bollenti spiriti per non spegnere velocemente l’oramai abbandono all’atto che sta per compiersi. Non ho pretese ed egli penetra il mio sesso trasfigurato in Primavera.

erotismo primavera botticelli

Eccomi in Flora, bella e raggiante in viso, mi sono svegliata dopo l’orgasmo con quel sorriso sulle labbra che abbraccia la città in cui mi trovo, Florenza! Calpesto il prato che mi ha partorita, conosco l’amore e la passione; Zefiro scompare, lo ricordo come un fiore nel mio giardino, cerco un nuovo amante con cui crescere un sentimento più elevato. Ora posso dire grazie a Cupido e alla sua freccia per l’emozione più potente ed irrazionale: l’amore. Ora sono Venere che sotto la nicchia di aranceti guarda sognante un giovane disinvolto. Egli è Mercurio in tutto il suo splendore che forte e sicuro di sé rapisce la mia mente. Con lui mi trasferisco in un’altra città detta ‘’la seconda mela ‘’. Raggiunta la metamorfosi in Venere mi allontano dal mito simbolico per vivere quello terreno della dea. Mi distacco dal dipinto per narrare la passione che travolge i miei pensieri. Mercurio nella mia realtà è quell’uomo adulto con cui avrei desiderato e desidero di poter vivere un tempo o il resto del suo tempo.

Quante di voi non hanno amato o sentito attrazione per un uomo più grande e ahimè impegnato?

Non lo avevo previsto, non avevo immaginato un tale coinvolgimento emotivo. La fantasia volta alla descrizione del dipinto mi riporta in Flora che, dall’unione del sesso tra Clori e Zefiro, si trasforma in Venere, madre di cupido, colui che indirizza la freccia dell’amore verso il chimerico padre: Mercurio. Cupido cerca di attirare la sua attenzione mostrando il ventre di sua madre ed esorcizzando la possibile nascita.

Mi piacerebbe sentire sulla pelle il brivido che Mercurio può regalare, le sue parole di vita vissuta e le sue debolezze da uomo. Vorrei poterle condividere ogni giorno. Vorrei vivere nel mio quotidiano la sua ricerca e la sua ambizione, vorrei regalargli un’altra vita, un figlio forse, essere quei genitori che non siamo stati in precedenza, non sbagliare nuovamente. Alcune volte nasce in me un sentimento di possesso: l’egoismo mi porta a sognare un figlio concepito ma non cresciuto con lui, solo per soddisfare il mio istinto materno.

Posso solo dirvi che ora non vorrei godere di lui nel mio letto in preda agli istinti di una femmina vogliosa, ma che il nostro contatto fosse pulito e dolce. Ecco allora Mercurio che scaccia le nubi dal cielo dopo aver guardato il mio volto, convinto di voler conservare un’eterna primavera con me, la sua Venere.

Le ali ai suoi piedi forti e ben saldi sulla terra spiccano il volo per altri mondi portandomi con sé nelle sfere celesti di un amore nuovo e divino. Ancora mi atteggio quando vede in me le tre Grazie velate che simboleggiano nella loro danza tondeggiante lo splendore, la gioia e la prosperità, l’incarnazione della generosità, il dare, il ricevere, il contraccambiare i doni; sorridente e ignuda, vestita di drappi trasparenti dove la bellezza suscita il desiderio, vorrei danzare in questi tre corpi perfetti con lui al centro e finire mano nella mano nella Grazia di colei che lo appaga e senza veli vivere le mie tre donne!