Hitchcock tra fantasie erotiche e sadismo

Under Cinema

Mai il detto “gli uomini preferiscono le bionde, ma sposano le brune” fu più vero come per Sir Alfred Hitchcock, fedelmente ed eternamente sposato alla sua montatrice e sceneggiatrice Alma Reville, castana, ma irrimediabilmente e fatalmente attratto dalle sue attrici, tutte rigorosamente bionde. Ovviamente non è un caso. Celebre la sua infatuazione, mai corrisposta, per Grace Kelly, che il regista stesso definiva emblematicamente “ghiaccio bollente”. Sia che fossero più fragili ed insicure come Joan Fontaine, rassicuranti e salvifiche come Ingrid Bergman, sofisticamente eccitanti come Grace Kelly e Tippi Hedren oppure misteriose e pericolose come Kim Novak, la suspense doveva incarnarsi in donne che risultassero moralmente ineccepibili, dalla sessualità nascosta e dai lati oscuri insospettabili: non solo bionde, quindi, ma anche distinte, delicate e dal portamento elegante quale simbolo di un’educazione perbenista e repressiva di matrice prevalentemente cattolico-protestante. Famosi i baci, all’epoca censurati dai cinematografi, in cui queste bionde “ardenti” rivelavano la propria natura inaspettatamente proibita e sensuale: quello di Notorious tra Cary Grant e Ingrid Bergman, entrato nel Guinness dei Primati come il bacio più lungo della storia del cinema, ma anche quello tra lo stesso Cary Grant e Grace Kelly in Caccia al Ladro, rispettivamente maturo ladro di gioielli in pensione e giovane e ricca ereditiera americana.

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Hitchcock ne faceva più che altro una questione di suspense: il mistero non può albergare infatti in una donna troppo procace e provocante i cui istinti carnali siano esposti con eccessiva evidenza. Il femminino deve essere materno e sensuale, accogliente ed isterico, composto e disinibito, in un connubio inscindibile di salvezza e perdizione. Al di là delle scelte registiche, non è una novità che gli uomini, a seconda della preferenza tra bionde e more, cui talvolta si può aggiungere la variante rossa per quelli più estrosi o curiosi, si possano dividere in due tipologie: gli amanti di una sessualità più immediata e viscerale, incarnata dal tipo latino e mediterraneo, e quelli che sono attratti dalla grazia e dalla delicatezza quasi eterea delle nordiche. Quello che oggi appare come un luogo comune trito e ritrito ha sempre trovato corrispondenza, soprattutto nel mondo del cinema e delle arti visive, nella ricerca di attrici e modelle precise che potessero diventare vere e proprie icone, non tanto nel senso di stile, quanto di archetipo di un certo tipo di femminilità.

Al dilagare delle sensualissime Rita Hayworth, Ava Gardner e Sophia Loren, Hitchcock opponeva Eva Marie Saint, Janet Leigh, Doris Day, Vera Miles e non ultima Tippi Hedren, di cui il regista era talmente ossessionato da spiarla ed annusarle di nascosto la biancheria intima. Celebri poi i litigi con Kim Novak e la profonda delusione per Grace Kelly quando gli preferì il principe Ranieri di Monaco, al punto che la fama di Hitchcock come regista sadico e misogino che sottoponeva le candidate a lunghi ed estenuanti provini che si rivelavano veri e propri atti violenza psicologica, è diventata leggenda. “Geniale ma umiliante”, hanno affermato in seguito alcune delle sue dive.

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Prima dell’ingeneroso e progressivo consolidamento dello stereotipo della “bionda svampita” alimentato dall’ingombrantissimo fantasma di Marilyn, il mago del brivido è riuscito a creare un luogo comune che poi ha egli stesso sorpassato, articolandolo ed inspessendolo: più che di bionde, si trattava di donne ambigue, problematiche, più o meno nevrotiche ed irrisolte. Hitchcock ha aperto la strada a ritratti femminili ancor più raffinati ed approfonditi da parte di registi, se possibile, ancor più grandi di lui. È il caso di Luis Buñuel con il suo Bella di giorno, indiscusso capolavoro della cinematografia mondiale datato 1967, che ha avuto il merito non solo di scagliare Catherine Deneuve nel firmamento delle icone più sexy di tutti i tempi, ma anche di sviscerare tutta la profondità e la complessità di una sessualità femminile divisa tra impulsi e valori, individuale e sociale, desiderio e morale.

Trascorriamo le nostre giornate a lamentarci di quanto i nostri uomini riescano a capire così poco di noi, eppure, se ci pensate, sono stati proprio loro a restituirci, attraverso l’unico linguaggio con cui riuscivano ad esprimersi ed attraverso l’arte di cui erano capaci, le eroine a cui noi stesse ci ispiriamo e a cui guardiamo come modelli di vita e di stile. Li abbiamo forse troppo sottovalutati?