Il mio miglior collega

Mi faresti una favore grande, da amico più che da collega?

Siamo seduti al solito tavolino della mensa, quello in fondo allo stanzone, attaccato alla finestra. Da oltre tredici anni io e Giacomo lavoriamo nella stessa azienda, e un solo piano separa i nostri dipartimenti. Lui mi conosce bene, capita spesso di ritrovarci fuori dall’orario d’ufficio per una partita a calcetto, un aperitivo o un weekend in montagna. Per quanto un ostinato scapolo d’oro come lui e un family man con monovolume e camper per le vacanze estive quale io sono possano sembrare universi paralleli, io mi confido di frequente con questo brillante quasi-cinquantenne che, al posto dei trofei del tennis, tiene in bella vista le sue plurime scopate in soggiorno.

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Certo che te lo faccio un favore, lo sai che su di me puoi contare per qualsiasi cosa, no?

E se questo qualcosa fosse trombarti mia moglie nella nostra camera da letto, mentre io vi osservo da dietro la porta socchiusa?

Giacomo, quando si tratta di fottere, è uno di poche parole, perciò taglia corto, dandomi la sua piena disponibilità a sacrificarsi per la buona causa di una moglie un po’ zoccola che ha confidato a suo marito, con il quale si annoia sotto le lenzuola da un numero ormai indefinito di stagioni, di coltivare un desiderio proibito nei confronti del suo prestante collega dalla fama di donnaiolo incallito, brizzolato e abbronzato 365 giorni l’anno come da cliché.

Il giorno stabilito ognuno recita la sua parte basandosi sulle istruzioni concordate. Vale a dire che Giacomo si introduce in casa nostra un po’ prima del mio rientro dall’ufficio, dove mi trattengo una mezz’oretta oltre al solito orario, con la scusa di smaltire le mail accumulate. Lei, la zozza, che come la maggioranza di queste dedica la sua vita ad amministrare gli stipendi del marito, e quindi non lavora, si fa trovare pronta come una bomboniera sul letto rifatto di fresco. Per l’occasione (è giusto chiamarla tale, visto che la troia con me non scopa dai gloriosi tempi di Zeman all’Inter) indossa sulle tette ancora sode come quando aveva vent’anni — regalino del chirurgo risalente allo scorso Natale — copricapezzoli glitter al posto del reggiseno, come le hanno insegnato al corso di burlesque che le pago da qualche mese, stronzo come sono, e ha impacchettato quelle sue chiappe larghe, che ama strizzare in gonne degne di una segretaria in calore, in un paio di culotte in latex. Eccola, il mio angelo del focolare, la madre dei miei tre figli, la mia instancabile compagna, finché morte non ci separi, pronta a farsi sbattere come una puttana in un motel dal mio collega-amico, che ha il pallino per le ventenni, ma non disdegna il genere MILF, all’occorrenza.

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Al segnale convenuto, mi precipito oltre il cancello, attraverso trafelato il giardino e salgo le scale alla velocità della luce, controllando che i bambini siano davvero andati via con la babysitter — certo, perché lei poverina ha bisogno di una mano per gestirli tutti e tre. Quando faccio per avvicinarmi alla porta, semiaperta secondo i piani, mi accorgo che sto ansimando, e cerco di placare l’agitazione. La visione di quello che accade dentro la camera, sebbene abbia immaginato la scena ogni notte da quando Lucia mi ha proposto la sua idea “birichina, ma è solo per noi due che lo faccio; e poi a te non intrigherebbe?“, mi colpisce come un pugno in piena faccia. Il pio Giacomo ha visto bene di saltare i preliminari, forse perché una delle sue baby zoccolette lo aspetta per la cena, servita rigorosamente a letto, oppure perché questa storia di adulterio e voyeurismo ha messo pepe perfino nel suo immaginario che io credevo già saturo di sesso in tutte le salse. Mentre le strizza i tettoni duri come marmo, dai quali i copricapezzoli devono essere caduti frattanto, la fa chinare a novanta come una lurida cagna — bravo, Giacomo, questo merita, quella dannata schifosa. Con poche cerimonie, le sfila via le culotte lucide e, appoggiandosi alla sua schiena con una mano, come un fabbro al tavolo di lavoro, mentre si sputa sull’altro palmo per inumidirsi il cazzo che brandisce già in aria fiero, da’ il via al grande spettacolo.

Zac! In un attimo la infilza senza pietà, e lei prova a far ballare le tette, impegnandosi un po’, altrimenti resterebbero immobili a sfidare la legge di gravità, buttando da un lato la chioma di boccoli dorati che sicuramente avrà fatto arricciare prima del rendez-vous da quella sanguisuga della sua parrucchiera che frequenta più del prete di parrocchia. Giacomo è una macchina da sesso, e non delude le aspettative: il suo cazzo lavora a un ritmo rapido e pesante, e sguazza senza risparmiarsi dentro la figa ben lubrificata di Lucia, che manda suoni di acquitrino ben udibili dalla mia posizione privilegiata. Tutti e due cominciano a gemere, come due animali in un documentario, e lui sposta la mano dalla schiena ai capelli, tirandoglieli per farle male, oltre che mantenere l’equilibrio della posizione da monta. Lei sembra gradire, perché risponde con gridolini più forti, fino a quando, con voce quasi urlata, esclama: “Sì, Giacomo, così, mi fai morire, non sai da quanto sognavo che mi fottessi fino a farmi esplodere!“. Non riesco a trattenermi oltre, sento il mio povero cazzo trascurato da quella specie di ninfomane bastarda risvegliarsi come un piccolo vulcano, lo tiro fuori dalla patta e prendo a menarlo cercando di mimare il ritmo della scopata nella stanza, che sta per trasformarsi in una sonora inculata, se il dito di lui che le trivella l’ano non mente. Ma io a quella parte non arriverò, perché in pochi gesti la mia mano è già ricoperta di seme liquido e vischioso, ben prima che la punta del cazzo di Giacomo arrivi a trapassare il buco proibito di Lucia.

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