La sete di conquista di Apollo

Spesso succede che Cupido sbagli mira oppure sia di malumore e conduca verso di noi chi non attendiamo, oppure che il momento non sia quello giusto. Vi siete mai chiesti come sarebbe stato quell’amore incompreso di ieri?

Apollo, figlio di Zeus e Dio del Sole, è sempre stato nella mitologia greca simbolo di bellezza fisica. Giovane sbarbato ma dai capelli lunghi e fluenti, si concedeva a moltissime donne, maledicendo quelle che gli si negavano. Dafne, infatti, il suo amore più celebre, venne condannata per sempre. La ninfa, figlia della sacerdotessa Madre Terra e del dio fluviale Peneo, si vide costretta a vivere in eterno da albero di alloro, divenuto da allora simbolo greco-romano di gloria, vittoria e poesia. Apollo ripose infatti sul suo capo una corona di alloro composta dalle stesse foglie dell’amata per non separarsene più.

sete di conquista di apollo

Ho vissuto questo mito sulla mia pelle. Un giorno il capriccio di un uomo ha voluto credere a quella freccia d’oro che Cupido aveva scagliato contro di lui. Un Apollo si è trovato per sbaglio sul mio cammino ed io, nelle vesti di Dafne, ho seguito quell’uomo fino a casa sua pur sapendo che non avrebbe potuto funzionare. Apollo mi inseguì per mari e monti, all’avanguardia i suoi mezzi e la sua lingua adulante. Sfoggiava il Dio Pecunia senza alcun ritegno e ripagava le promesse non mantenute con doni. Ero curiosa di conoscere questi ampi e comodi oceani, queste montagne immense, e se anche il cuore era contrario, sfidai la freccia di piombo. L’infido amante coccolava tutte le mie voglie, assecondava la mia libertà, le sue droghe erano pesanti. Sensualità, passione, bellezza e raffinatezza sono state le armi per sedurre un uomo tanto terreno, libidinoso ed eccessivo, voglioso di possedere tutto quello che si può ottenere dal mondo. Il sesso era travolgente, le posizioni altalenanti e sfiziose, i giochi di ruolo in mano mia. Ricordo quella volta in cui eravamo a cena. Chi di voi non l’ha vissuto: il ristorante era perfetto, pullulava di gente all’ingresso in attesa del tavolo, le luci del locale soffuse a regalarci la tipica suggestione del momento romantico e peccaminoso del dopo serata. I colori della sala suggestivi, i tavoli perfetti e il calice costantemente ricolmo di vino rosso, un Sangre del Toro tagliente. Il mio dito dava inizio ad un girotondo sul bordo del bicchiere mentre lo fissavo negli occhi, il mio piede scalzo gli apriva le gambe fino a toccare il suo pene già duro e non dormiente. Gli dissi di portarlo fuori dai pantaloni e lui eseguì, un po’ imbarazzato. Vi poggiai sopra l’altro piede e come fossero le mie mani iniziai a salire e scendere delicatamente. Lui allentò la cravatta, sorseggiò il vino e mi disse: “Non ce la faccio, ho voglia di te”. “Bagno?” “No” rispondo “Fuori!”

Una richiesta che lo eccitò, allora si rivestì e mi seguì dicendo al cameriere: “Arriviamo”. Io indossavo un vestitino succinto con sopra un impermeabile, ci poggiammo su una macchina dietro un angolo, e nascondendo bene i sessi, lo invogliai a penetrarmi. Si lasciò andare… Dio, che momento irrefrenabile di passione e istinto, la sveltina più esaltante degli ultimi mesi! Era così eccitato che sono bastati due colpi neanche molto violenti per venire prorompente. Mentre raggiungevo l’orgasmo, il mio volto era poggiato sul suo petto coperto dai miei capelli e lui stringeva il mio corpo per nascondere il suo viso appagato.

Ecco arrivare la mia Dafne ammaliante e tenebrosa… tutto questo cominciò a non trovare più motivo di piacere in me. Diventò geloso, possessivo e sempre sospettoso. Non manteneva più le sue promesse, voleva solo tenermi in casa come fossi la badante, la moglie e l’amante. Mi vedevo rinchiusa dentro un museo e sfoggiata solo alle cene con gli amici come un gioiello da mostrare in pubblico. Indossavo il suo anello e la promessa di matrimonio, ma quel ruolo mi andava stretto, quella pietra preziosa mi soffocava. Che prezzo dovevo pagare? Sfiorare la morte è stato un risveglio.

Sono fuggita chiedendo a mio padre di riprendermi con sé e di ritornare alle mie radici. Le mie lacrime lo impietosirono ed egli mi disse: “Ora diverrai un albero di alloro nella tua terra natia e non ti staccherai più da essa e nessun altro uomo si avvicinerà a te, poiché la tua dote è già stata venduta”. Il matrimonio fu sciolto, l’abito da sposa restituito e gli impegni cancellati.

Lui, Apollo, apparentemente annientato dalla vergogna, ha infangato il mio nome ponendo una corona di alloro sul mio capo.