Olympia

Sfiorava una delle bolle nella piega tra l’inguine e la gamba, accarezzandola con il polpastrello dell’indice. Aveva fatto le cose con cura. Si era depilata –completamente- tre giorni prima. Sicura che l’intervallo di tempo per arrivare a stasera avrebbe alleviato la follicolite. Ma quelle imperfezioni rimanevano lì, a ricordarle che il corpo se ne frega.

Lui non ci avrebbe fatto neppure caso. Lo sapeva. Però a lei dava fastidio non essere perfetta. Perfetta come avrebbe voluto essere.

Le gambe, non così lunghe, si stendevano seguendo il letto. La destra, piegata a sorreggere il braccio con lo smartphone. La sinistra, abbandona a se stessa. Liscia. Carnosa. Fino a raggiungere i fianchi formosi che si aprivano e richiudevano seguendo la curvatura di un violoncello.

Dalle spalle due scapole ossute ed acute apparivano e scomparivano come se fossero delle ali. E poi i seni. Piccoli, appena pronunciati. Ma duri al piacere, che li spingeva ad arrotondarsi.

Restava nuda, a scrivergli. Una scena che anche Manet avrebbe apprezzato particolarmente, ricordando la sua Olympia. Accarezzandole la pelle con il pennello. Facendole l’amore mentre ne delineava ogni particolare più intimo.

Il letto le faceva da cornice. A lei importava poco. Come poco contava la luce fioca che trapassava dalla pesante tenda grigia. Oltre, il mare dove non si tocca. Ma lei, lei era troppo concentrata a leggere le sue parole.

“Ti va se ti chiamo?”

“No. Usiamo Skype.”

“Sicura? Sei sola?”

“Sì. Fiona non è ancora tornata. Arriverà tardi oggi.”

Il pc era già di fronte a lei. Aveva previsto tutto. Era tanto tempo che non si vedevano. Avevano voglia entrambi. Glielo confermò il suo sguardo quando se la trovò davanti completamente senza vestiti.

olympia

Non disse nulla. Non una sola parola. Le labbra appena socchiuse faticavano a serrarsi. Mandavano giù bocconi di saliva, uno dietro l’altro. Gli occhi non riuscivano a spostasi dallo schermo. Digitò un messaggio, incapace di parlare:

“Una bella sorpresa.”

Lei sorrise, soddisfatta del risultato.

“Lasciati guardare.”

Posò il pc e si alzò in modo che lui potesse vederla interamente o quasi. Lo fissò per qualche istante e subito capì cosa aveva in mente. Non provava nessuna vergogna. A volte, dopo il sesso, le aveva chiesto di farlo, così, senza un vero motivo. Cosa cambiava ora? Non molto. Solo la barriera di uno schermo.

Digitò ancora qualcosa muovendo le dita sulla tastiera. Lei, sapeva già cosa avrebbe letto.

“Ti va?”

“Sì.”

Portò la mano destra ad altezza della figa e iniziò a toccarsi lentamente con movimenti circolari. Poi, si fermò ad altezza del clitoride e iniziò a giocare.

Continuava a fissarlo mentre portava avanti il suo rituale. Sapeva il potere che aveva su di lui. Sapeva fin dove avrebbe potuto spingerlo e fin dove avrebbe potuto spingersi lei. Conosceva bene il proprio corpo, la sua arma.

Si appoggiò allo schienale della sedia. Allontanandosi dal monitor. Osservava quelle dita voraci che cercavano e trovavano i punti più sensibili: due polpastrelli stringevano e picchiavano il clitoride scoperto mentre la mano e le labbra erano già sporche di un gelatina umida e argentata. Cercava di rimanere distaccato, irrigidendo i muscoli del volto in una espressione che mostrava disinteresse. Lei lo sapeva. Era la parte del gioco che preferiva: essere esaminata con quello sguardo annoiato. E partecipava complice, ruotando più veloce l’indice. Irrigidì anche l’addome magro -e lo spasmo dei muscoli increspò per un attimo la pelle liscia- sollevando il bacino, mostrando una parte del culo. Le unghie della mano libera affondavano nella pelle d’alabastro del seno.

Solo gli occhi erano oltre il bordo dello schermo. Per il resto poteva vedere le vene tese del suo collo. Vampa sulle guance. Bocca dischiusa. Ricci sediziosi sulle spalle, che frusciavano partecipando al piacere. Durò un paio di minuti, poi cambiò posizione issandosi sulle ginocchia. Il piumone bianco assecondò lo spostamento, ondulandosi. Sullo schermo la figa in primissimo piano. I polpastrelli abbandonarono le parti erogene, sfiorando ora i peli scuri che formavano una striscia sottile, un’ombra sulla pelle nuda.

Sorrise, mandando in frantumi la maschera asettica che si era costruito e che con enorme sforzo aveva provato a mantenere intatta. Era riuscita a deviare -e controllare- il suo flusso di pensieri solo accarezzandosi la rasatura. E la cosa pazzesca era che lei lo sapeva. Ricordava ora l’ultima volta che si erano visti. Quando senza bussare era entrato in bagno mentre lei faceva la doccia. Le aveva chiesto -o forse era più un ordine- di depilarsi. Lì, ora, di fronte a lui. Non si era opposta: senza dir nulla aveva allungato una mano verso il rasoio prima di accucciarsi. L’acqua continuava a scorrere trasportando con sè quello che le lame grattavano. Le piccole labbra spalancate erano rosa come un’alba d’estate.

Si fermò. Senza avvertire, senza spiegare la ragione. Silenzio. Attesa, qualcosa sarebbe successo.

“Cosa indossi?”

Solo la voce. Non mostrava il volto, che immaginava accaldato, con i lineamenti alterati dallo sforzo e dal piacere sospeso a metà. Era sempre lei a condurre la danza. Anche questo gonfiava la sua eccitazione.

“Lo sai”

I jeans. I piedi e il petto nudo. Glielo aveva confessato: quando erano lontani, quando il mare li separava, si eccitava immaginandolo camminare così nel suo studio. La mattina, dopo la doccia e prima di mettersi la camicia. O una volta tornato a casa, quando fuori era il caldo crepuscolo ed era il momento perfetto per scambiarsi i loro messaggi. Come adesso. Aveva poi aggiunto che amava prendersi del tempo per sè, appena sveglia. Ancora avvolta nelle lenzuola materne, prima di accendere il gas sotto la moka e iniziare la giornata. Quando le dita entravano dentro la sua figa già pronta, immaginando di dover solo allungare il braccio per poter passare le mani lungo il suo corpo asciutto e muscoloso.

“Grazie”

Si girò, posizionando il telefono sul comodino in modo che non cadesse, abbassando le spalle e inarcando la schiena. Spinse così i glutei verso la telecamera. Passò sotto le gambe l’indice e il medio della mano destra, scostando le piccole labbra, spalancando l’apertura alla figa. Allo stesso tempo, intinse negli umori vaginali tre dita della mano sinistra. E con quelle penetrò l’ano. Il polso si muoveva con forza, quasi con rabbia. E le dita entravano per l’intera lunghezza nel culo.

Lui non poteva vederlo, ma dopo una decina di colpi i denti morsero il cuscino, riempiendo con la stoffa l’intera bocca. Stava arrivando un orgasmo primitivo. Manteneva il controllo di quel rituale. Così aveva deciso: lui non doveva capire quando stava per liberare il piacere, non doveva eccitarsi con le sue grida.

Scritto da Flavia Malines

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