Robert Mapplethorpe e le foto dello scandalo

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Di quella generazione vitalistica, prolifica e visionaria non è rimasto quasi più nessuno. Perlomeno a New York, brulicante e generosa matrigna che se prima li ha accolti nel suo ventre, successivamente li ha voracemente inghiottiti. Stiamo parlando di giovani perle dell’underground americano come Keith Haring, Jean Michel Basquiat e Robert Mapplethorpe, tutti stroncati da AIDS e droghe al culmine della loro carriera. Ad uscirne illeso solo il mecenate Warhol, avido burattinaio e talent scout intuitivo, “spremitore” di freschi e nuovi virgulti artistici.

Ai colori tutti urbani dei primi due, l’ultimo ha preferito il crudo minimalismo provocatorio del foto-ritratto in bianco e nero. Tra i protagonisti, le più controverse celebrità del momento, l’amante-amica Patti Smith e l’icona Jane Birkin, fresca di successo planetario grazie al suo duetto orgasmico con il marito Serge Gainsbourg; oggetti di semplice natura morta, i celebri Still Life, ed infine, i più discussi: i modelli porno della scena omosessuale e sadomaso newyorkese, fondamentali per il suo studio sugli effetti della luce sui corpi.

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Già le prime avvisaglie dell’uomo ed artista che sarebbe poi diventato si erano manifestate all’età di 16 anni, quando Robert, proveniente da una famiglia cattolico-praticante di origini irlandesi, fu sorpreso a rubare, in un negozio di Times Square, una rivista pornografica gay, a detta del fotografo “estremamente sexy già per il solo fatto di essere sigillata”. Fu in quel preciso momento che pensò che se fosse riuscito a rendere artistico quel materiale e quei corpi, mantenendone la stessa sensazione di scandalo e sensualità, sarebbe riuscito a creare qualcosa di unicamente suo. Come il padre, ingegnere ma fotoamatore, s’iscrisse al Pratt Institute di Brooklyn per studiare fotografia, ma la sua formazione fu rallentata e poi interrotta dai suoi irrefrenabili istinti mondani: tra i Sessanta e i Settanta, gli anni dello Studio 54, di Woodstock, delle rivolte studentesche e dell’eroina tra i musicisti dell’East Side, conobbe la sua più grande musa ed amica, Patti Smith, all’epoca aspirante poetessa.

Furono gli anni dei suoi primi collage e delle sue polaroid, riscoperte e rivalutate solo dopo la sua morte, primi esperimenti di una ricerca del tutto personale sulla luce e sulle ombre. Dopo un lungo e sofferto soffocamento delle proprie tendenze omosessuali, rigettate con ostentato e sospetto machismo, fu solo nel 1970 che iniziò la prima di due importanti relazioni con uomini molto influenti: David Crowland, che gli fece conoscere il curatore della sezione fotografica del MoMA, John McKendry, e Sam Wagstaff, mecenate che gli assicurò la stabilità economica di cui aveva bisogno per la sua ascesa artistica.

Ecco che allora Mapplethorpe poté dedicarsi al suo progetto più ambito, “The X portfolio”, una serie di fotografie sadomaso di modelli, soprattutto neri, ritratti con il pene in erezione o nell’atto di penetrarsi con oggetti più o meno contundenti. Stampati al platino e in grande formato, i ritratti di Mapplethorpe colpirono da subito non solo per il loro carattere sommamente provocatorio, ma anche per la resa plastica e statuaria dei nervi e dei muscoli, evocativi della più impeccabile scultura greca e neoclassica. Tra le foto più clamorose, un autoritratto di spalle con una frusta inserita nell’ano ed altri soggetti ripresi mentre praticano pratiche come fist-fucking o bondage: la pornografia entra nelle gallerie d’arte. Fu la consacrazione, avversata da più o meno tutte le gallerie e i musei non avanguardisti, la maggior parte. Il Contemporary Art Center di Cincinnati, Ohio, responsabile di aver esposto la mostra “The Perfect Moment” di Mapplethorpe, fu processato nel 1990 per oscenità, ma poi fortunatamente prosciolto.

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Robert Mapplethorpe morì di AIDS nel 1989. Le sue mostre, visitatissime, a distanza di quasi 25 anni ancora scandalizzano e suscitano perplessità. Allo Spazio Forma di Milano, due anni fa, tra i corridoi potevi ancora sentire: “Come hanno potuto esporre un pervertito?”. Proprio questa, forse, è la più grande prova della sua grandezza.