Un caffè con Janet Fischietto, la diva del burlesque che fa sognare

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Entra nel caffè vestita color pastello, piccola e graziosa, con i suoi capelli rossi anni ’30 ed un cagnolino mite dall’aria sognante, Licia. Si accomoda su una poltroncina di pelle e sorridendo tra le lentiggini dice: “Emanate una bella luce”. Ci rifletto qualche secondo: è una frase precisa, significativa. Per lei è questione di luce, colori, energia, non esiste retorica né categorie estetiche come il bello e il brutto. Eppure è bella, Janet Fischietto, bella come sarebbero potute esserlo Jean Harlow o Bette Davis, se solo avessimo potuto conoscerle. Siede a schiena dritta, esile e composta, leggera e sicura in ogni suo gesto come un’ètoile di grido. Una mente sognatrice non può che essere trasportata altrove, all’effimero tulle di Degas, alla carica sensuale dei corpi di Schiele, alla silenziosa poesia del cinema muto. Io, in verità, mi sento come una bambina che chiede l’autografo in camerino alla diva che sveste i suoi abiti di scena. È quel timore reverenziale che suscitano le cose belle quando si ha paura di sgualcirle.

janet fischietto per MySecretCase

Ordina del riso alla curcuma, le chiediamo quindi se segua una dieta particolare: “Io ho sempre mangiato quanto volevo, il cibo è un piacere di cui non ci si deve privare. Piuttosto faccio tanta attività fisica, quello sì, non per dimagrire, ma perché libera endorfine, dà energia”. Del resto Janet deve allenarsi ogni giorno per essere una diva del burlesque, o meglio, del “suo” burlesque. Scopriamo per la prima volta che ce ne sono diversi. “Il burlesque, in generale, non consiste nell’utilizzo di alcuni accessori piuttosto che altri, quanto in un modo di muoversi e di guardare al proprio corpo con ironia. Ogni performer poi ci mette del suo, ampliando o personalizzando i basics desunti dalla belly dance”. Ahia, entriamo nel tecnico. Cosa sono i basics? E la belly dance? “I basics sono, ad esempio, lo shimmy (l’atto di far roteare il seno con i nipples, ndr), lo shake e il bump (scuotere fianchi e addome, ndr), tutte tecniche della danza del ventre, la belly dance, ma decontestualizzate”. Niente calici di Martini o piume di struzzo, dunque? “No, io personalmente trovo quel burlesque molto uniformato e convenzionale, privo di calore perché universalmente condiviso. Non c’è un’identità precisa.”

I suoi spettacoli, invece, sono puro sogno, assoli di Cirque du Soleil con la componente aggiuntiva dell’ironia e della sensualità. “Esatto, il mio modello di riferimento è proprio il circo felliniano, che a sua volta si ispirava a quello dei primi del ‘900. Non a caso, tutto è partito da quando ho visto ‘Il Clown’, dove c’era il personaggio del clown Fischietto, a cui devo il mio nome”. Ecco, parliamone, Fischietto non è propriamente un cognome da femme fatale: “Si perché per me l’ironia è fondamentale. Inoltre ero rimasta colpita dalla storia di Franco Lentini, l’uomo con 3 gambe, che fuggì dalla Sicilia in America per fare fortuna nella sfortuna. Cambiò il suo nome in Frank Lentini e cominciò a diventare famoso nei freak show, che a all’epoca erano ancora legali. Anche per questo ho scelto un nome anglofono abbinato ad un cognome italiano, per richiamare le mie origini e rievocare la storia di un italiano ‘strano e incompreso’ che trovò fortuna all’estero”. Quindi se eri “deforme” c’erano possibilità che avessi più successo di altri? “Sì, perché tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, accanto al tendone del circo, allestivano dei tendoni lateriali in cui si tenevano i freak show, ovvero spettacoli strambi di donne esotiche, tatuate o barbute, oppure di fenomeni da baraccone come il famoso Elephant Man o la Camel Girl, la ragazza-cammello con le ginocchia al contrario. Siccome si trattava pur sempre di sfruttamento umano, – spesso erano ragazzi venduti alle compagnie circensi dalle famiglie – di lì a qualche anno divenne illegale. Ancora ce ne sono due, uno a Coney Island e l’altro a Venice Beach, ma ovviamente i performer sono tutti consenzienti”.

Sembra che ad ispirare Janet non sia tanto il bello, quanto il non-convenzionale. Ecco quindi che suggerisce alle donne di puntare sulla loro unicità più che sul concetto distorto di perfezione: “Io ho avuto la fortuna di non avere mai complessi e di essermi sempre sentita a mio agio nel mio corpo, ma sentirsi sicure è l’unico modo per comunicarlo agli altri ed avere un’intimità soddisfacente. Bisogna rifiutare l’idea di un modello di bellezza universale e guardare ai propri difetti non solo con indulgenza, ma anzi con orgoglio. Io, ad esempio, ho il seno piccolo. E allora? Vorrà dire che metterò in risalto altro, ognuna ha i suoi punti forti!”. A disarmare è soprattutto la sua naturalezza, la stessa di quando si esibisce, da New York a Dubai, come fosse nata per fare quello. “Il mio lavoro è anche la mia passione, non a caso mi sono laureata in arti visive e vestivo retrò già nel 2007, prima ancora che diventasse di moda e che il burlesque arrivasse in Italia. All’epoca lavoravo al Gasoline di Milano, fu lì che fui scoperta dal mio attuale agente, lo stesso dopo tanti anni”. E nel suo futuro? Si può fare burlesque per sempre? “Io non sono solo una burlesque performer, ma anche una make up artist, una modella e un’artista circense. Vorrei continuare a creare qualcosa di mio, magari come regista, scenografa, coreografa o altro ancora, non necessariamente sul palco, l’importante è far sognare”. In Italia o no? “Purtroppo gli italiani tendono ad accontentarsi molto dei cliché e non investono in cultura, teatri, cinema, arti performative. Per ora le realtà più interessanti sono Londra e Berlino”.

Tempo scaduto, Janet deve scappare dalla sua costumista. Estrae dalla borsa lo specchietto e si ridefinisce le labbra con il suo rossetto rosso fuoco, rito che esegue impeccabilmente, come fosse una danza. In lei, come in chi brucia di talento, arte e vita convergono come nella più magica delle coincidenze. Non per niente il suo motto è: “Fai della tua vita il più grande show!“.