L’uomo che mi lega

Sono sdraiata sul tuo letto, la schiena contro il materasso duro, le mani legate alla testiera. Per me hai scelto qualcosa di speciale, un paio di rozze manette, le tue preferite. Se provo a muovermi, il metallo mi graffia la pelle e mi ferisce. Fa male, ma riesco a sopportarlo.

Fanno male anche le tue mani, che adesso stringi intorno al mio collo. Le stringi quel tanto che basta a mettermi paura, e funziona.

Posso ancora respirare, ma funziona.

Mi fa male il seno. Prima lo hai schiaffeggiato, poi mi hai pizzicato un capezzolo e ti sei fermato solo quando mi hai sentita gridare.

«Perché hai gridato?» hai chiesto. «Non ti ho detto di farlo.»

Hai riso e mi hai schiaffeggiato di nuovo. Hai preso la candela (quella dei nostri giochi, quella che io stessa ti ho regalato) e mi hai bruciato la pelle con la cera calda. Hai detto che mi avresti scopato forte, così forte che ti avrei implorato di smetterla. Forte da farmi male. Tanto forte da mettermi a piangere.

Tu vuoi che pianga. Vuoi spaventarmi, mettermi brutte cose nella testa, convincermi che un giorno (forse questo, forse proprio adesso) mi scoperai fino ad ammazzarmi. Ma non succederà mai.

Alla fine mi adatterò, imparerò a sopportare il dolore, allora sarai tu a morire. E morirai d’amore, dentro me.

Tu mi conosci, ti è bastato uno sguardo per capire chi ero e cosa volevo.

Ti ho chiesto cose terribili, e ogni mio desiderio è stato esaudito.

Farmi legare è stata una mia idea, e mentre stringi più forte le mani sul mio collo, raccolgo il poco fiato che ho in gola per sussurrare parole d’amore.

«Sono tua» ti dico. «Completamente tua.» Immediatamente lasci andare la presa e cominci a scoparmi. Mi scopi sul serio, stavolta. Niente più giochi, niente più minacce, solo il sesso crudo e brutale. Non c’è traccia di tenerezza in te, e nemmeno la voglio adesso. In questi attimi bramo solo il dolore e la tua crudeltà. So che mi accontenterai e ti amo per questo. Ti amo di un amore oscuro che agli altri non è concesso di capire.

Il nostro è l’amore che fa male, un amore fatto di manette e fruste, di una corda che si tende, di labbra che si schiudono per dare un bacio oppure singhiozzare. Ed è così bello che non trovo le parole per descriverlo.

«Fottimi» dico soltanto. Allora tu mi regali un piacere che mi brucia le viscere, con spinte sempre più forti e profonde. Mi apri le gambe e mi fotti fino a farmi male, proprio come avevi promesso. Mi tiri i capelli, mi mordi il seno, mi chiami con nomi orribili, e mentre lo fai, mentre mi scopi così, sento che non riesco più a trattenermi, e vengo con un grido di esultanza che rimbalza sulle pareti.

Vengo, ma tu continui a scoparmi finché il piacere non si trasforma in dolore. Ma io lo accetto perché lo voglio. Io lo accetto perché anche tu lo vuoi. Alla fine il dolore sarà comunque sopportabile, ma ti lascio intendere il contrario. Inizio a lamentarmi, ti dico basta perché so che quando faccio così ti piace. Ti eccita.

«Non ce la faccio… Non posso…» imploro.

«Sì che puoi» insisti. E per dimostrare che hai ragione prendi nuovamente la candela. Gocce di cera calda mi cadono sul ventre mentre inizi ad ansimare. Vorresti abbandonarti all’orgasmo, invece ti trattieni. Ti allontani da me e mi guardi in un modo che conosco bene. So cosa hai in mente e stavolta ho paura per davvero. Tiro le braccia, cerco di liberarmi dalle manette, ma è tutto inutile. Forse una parte di me non vuole realmente scappare.

La promessa di dolore che ti leggo negli occhi mi eccita, non posso farci niente. Sono così, sono uguale a te: due fiori nati della stessa pianta.

Tu hai una frusta, diverse volte me l’hai sventolata sotto il naso per spaventarmi, ma fino ad oggi non l’hai mai usata. Non è una frusta vera, è troppo piccola, somiglia più a un frustino.

«Ti piacerà» mi dici. Poi colpisci.

La frusta è composta da tante stringhe sottili che bruciano come il fuoco ma non lasciano segni. Fa male, ma il dolore non è così forte come mi aspettavo. Tuttavia non posso fare a meno di gridare. Ti supplico, ti imploro di fermarti ma tu mi ignori, fai finta di non aver sentito, e questo mi porta ad amarti sempre di più.

Mi colpisci perché sai che lo voglio, perché è quello che ho sempre cercato, l’amore che aspettavo da tutta la vita quando all’improvviso ho trovato te.

Io so che mi ascolti perché comprendi ogni mio desiderio, e fai ciò che chiedo anche quando le circostanze suggeriscono il contrario. E hai ragione, sai? Mi piace, e vorrei che continuasse all’infinito. Ma tu sei pago di questo gioco e posi la frusta. Torni a sdraiarti sopra di me e mi scivoli tra le gambe lentamente, dolcemente. Il tuo respiro diventa pesante, riprendi ad ansimare, e finalmente mi riempi col tuo seme.

Resti immobile per un minuto o due, poi sollevi leggermente il mento.

«Ora ti tolgo le manette» dici, e una punta d’orgoglio trapela dalle tue parole. Sei fiero di me, di noi due, di come siamo stati bravi a spingerci oltre i limiti della buona educazione. Stiamo bene, ci sentiamo vivi, la nostra fame di emozioni si è placata almeno per un giorno. Poi tornerà la notte, e qualcosa ci inventeremo.

 

Cristiana Danila Formetta è scrittrice e blogger. Scopri i suoi libri su http://author.to/CristianaFormetta

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