Voyeurismo al castello

Davanti a noi una fila di palloncini bianchi fissati al terreno si erge tra l’erba e punta al cielo, limitata da nastri di raso eleganti. Guardo la danza operata da queste sfere che sembrano teste ciondolanti di tanti piccoli omini stilizzati, cercando di tornare in me e scacciare l’effetto dei troppi calici di prosecco bevuti.

L’aria frizzantina aiuta il processo di ritorno alla sobrietà e mi appoggio al petto protettivo del mio fidanzato. All’improvviso le narici afferrano un brandello del suo profumo, forse solo l’odore del suo corpo e qualcosa in me si sveglia. Mi volto verso di lui e, abbracciandolo, lo bacio a lungo. Restiamo immersi l’uno nell’altra per un lasso di tempo indefinito, incuranti degli invitati vicino a noi, dei colleghi, del mio capo a pochi metri, degli sposi che stanno per tagliare la torta.

Ci estraniamo come adolescenti, lasciando che le nostre lingue si cerchino e si scaldino.

Voyeurismo al castello

Esaurito l’ossigeno, torniamo per pochi secondi presenti, consapevoli del mondo circostante, ma questo stato di lucidità dura appena il tempo di partorire una fantasia che, forse, se solo avessimo esitato un minuto in più, non avremmo realizzato. Decidiamo di spostarci dal piazzale del castello verso l’interno, più precisamente verso la biblioteca privata dei padroni.

La stanza è attigua all’ingresso e non ci sono porte, ma solo un grande arco di pietre a vista. Un divano e due poltrone antiche color rosa pallido guardano accoglienti il grande muro, colmo fino al soffitto di ripiani traboccanti di libri. Intravedo la sezione dei classici latini, quella dei testi in lingua straniera, le prime edizioni, i volumi sul design esposti in bella mostra e, sul tavolino da caffè, riviste di arredamento francesi.

Ed è lì, tra quelle pareti colme di storie e cultura, manifesto della ricchezza passata dei castellani, che oggi non sappiamo se ancora potenti o solo animati dall’eco di un’opulenza ormai decaduta, che spingo Mario sulla poltrona più protetta rispetto all’ingresso, gli slaccio i pantaloni, mi inginocchio davanti a lui e inizio a fargli un meraviglioso, lento e accurato pompino.

Stringo tra le mani il suo pene maestoso, velocemente irrorato dal sangue. Entrambi buttiamo ogni tanto uno sguardo oltra l’arco in pietra a vista, per accertarci che nessuno entri e scopra che stiamo violando la sacralità del luogo. Apro la bocca, ingoio la cappella e più della metà dell’asta, mentre la lingua scivola sulla carne. Lascio che la saliva bagni la pelle dell’uccello, sempre più eccitato, e mi aiuti a scivolare su e giù con le labbra. Lo lucido con passione, aiutandomi a stantuffarlo con le mani. Sento Mario mugugnare e, appena le voci di qualche invitato al matrimonio si avvicinano a noi, il suo piacere aumenta. La paura di essere scoperto lo eccita e anche io, incurante delle possibili conseguenze, mi lascio coinvolgere e trascinare in quello stato di stordimento, Non resisto alla vista di quell’arnese duro e, senza esitare ulteriormente, salgo a cavalcioni sul mio fidanzato, alzo la gonna del vestito e, spostando semplicemente il piccolo lembo di stoffa delle mie mutandine, gli inghiotto il cazzo. Sento che scivola dentro di me e una sensazione di sollievo e piacere si irradia ovunque.

Mi muovo sopra di Mario, impaziente, bisognosa di soddisfare un desiderio sempre più urgente e bruciante. La situazione in cui ci troviamo altera la nostra percezione e, ebbri di vino, eccitati dal timore di essere visti, scopiamo come dannati, grugnendo e sfondando la poltrona antica. Oltre le mie spalle sento la presenza dei libri antichi e mi sembra di oltraggiare la storia, la letteratura, la ricchezza. Immagino di essere stesa su un letto di carta ingiallita, mentre un orgasmo mi travolge e di far venire Mario sull’inchiostro scuro che, resistito al passare del tempo, oggi deve cedere di fronte alla forza sfacciata dello sperma del mio fidanzato.

Siamo talmente intenti nel dar vita alle nostre fantasie da non accorgerci che un cameriere ha varcato la soglia immaginaria disegnata dall’arco e, fermatosi un paio di passi oltre, ci osserva interdetto. Siamo nascosti dallo schienale voluminoso della poltrona, che guarda la parete di libri, ma non gli serve molto prima di capire cosa stiamo facendo. L’imbarazzo colora il suo viso di un rosso paonazzo, ma resta immobile e io decido di non avvisare Mario della sua presenza. Anzi, aumento il ritmo dei miei movimenti e cavalco rinvigorita, piantando i miei occhi su quelli dello spettatore che, superato il disagio, ora è chiaramente attratto dalla situazione. Proseguo a sfidarlo con lo sguardo e a prendermi l’uccello del mio fidanzato, finché per entrambi non arriva l’orgasmo. Mi distraggo una frazione di secondo e il cameriere scompare, lasciandoci il tempo di rivestirci e sgattaiolare via, pronti a confonderci di nuovo tra gli invitati e mangiare una fetta di torta nuziale.

Madame Elizabeth del blog lestanzedimadame.com

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